Universitari – Molto più che amici: vita, studi e amori di un gruppo di ragazzi fuori sede

Universitari – Molto più che amici: vita, studi e amori di un gruppo di ragazzi fuori sede
Dopo due mesi dal suo ultimo romanzo, “Quell’attimo di felicità” (edito da Mondadori), Federico Moccia torna in sala con la sua ultima commedia corale sull’amore, sull’amicizia, sulla convivenza di un gruppo di studenti fuori sede.
‘Universitari – Molto più che amici’, è una produzione Medusa Film realizzata dalla LOTUS Production di Marco Belardi, che arriva al cinema il 26 settembre, distribuito da Medusa in circa 350 copie.
Protagonisti sono sei giovani attori: belli, freschi e simpatici. Simone Riccioni (attore, modello ed ex atleta professionista) è Carlo, il narratore del film, aspirante regista, iscritto al Centro Sperimentale di Cinematografia, che farà dell’esperienza di vita da universitario l’oggetto della prova di diploma. I ragazzi sono la sua nuova famiglia, perché ha i genitori separati e una sorellina che ne combina di tutti i colori, a cui deve badare.
Brice Martinet, modello dalle forme scultoree, reduce dall’edizione francese de ‘L’isola dei famosi’, è Faraz, lo straniero di ‘turno’, un coacervo di contraddizioni: non ha un centesimo, ma si vergogna di salire su un’utilitaria, lui che viene da una famiglia di eroi e principi… decaduti.
Nadir Caselli (già apparsa in ‘Posti in piedi in Paradiso’ di Carlo Verdone) interpreta con grande ironia Giorgia, figlia di diplomatico calabrese e mamma francese, che ha passato l’infanzia in giro per il mondo…
Poi c’è Sara Cardinaletti, al suo esordio assoluto, che presta il suo delizioso visetto a Francesca, la ‘piccolina’ del gruppo, una giovane molto timida, con la paura di deludere i genitori.
Emma, 23 anni, casertana, esuberante, svampita, solare e col sogno di scalare le vette del successo, è interpretata da Maria Chiara Centorami, attrice che ha già alle spalle teatro, cinema e tv. Emma nasconde dietro una facciata di sicurezza molte paure e sofferenze, che si porta dietro da anni, a causa di un rapporto sgretolatosi nel tempo con la mamma e un lutto molto importante.
‘Veterano’ del gruppo è Primo Reggiani (Alessandro, siciliano con poca voglia di studiare e molta passione per donne più grandi di lui), che si muove agevolmente tra grande e piccolo schermo già dal 1995.
Ciliegina su una torta già molto succulenta solo le varie apparizioni dei caratteristi, ma non solo, più brillanti del nostro cinema, da Paola Minaccioni a Maurizio Mattioli, da Dario Bandiera a Barbara De Rossi, da Amanda Sandrelli ad Enrico Silvestrin.

Carlo, Faraz e Alessandro, sono tre universitari fuori sede, che dividono una casa. Anzi no, non proprio una casa: “Villa Gioconda”, una ex clinica in disuso che la padrona ha deciso di affittare a studenti fuori-sede, senza neanche rimetterla troppo a posto…
Convivere tra maschietti è facile, ognuno col proprio disordine, con le proprie non-regole, con il proprio “metodo di studio”. L’universo maschile in cui vivono, però, sta per essere invaso dalle donne. La padrona di casa decide di affittare anche a ragazze, contravvenendo a una vecchia regola da lei imposta anni addietro.
Saranno così Francesca, Giorgia ed Emma ad irrompere a “Villa Gioconda” sconvolgendo l’instabile equilibrio cameratesco e mettendo la casa in subbuglio.
I giovani affrontano insieme quel lungo momento magico e durissimo in cui ci si prepara il futuro con le proprie mani, quella specie di ultima vacanza prima di fare davvero sul serio nella vita. A poco a poco ognuno si stacca dal proprio nido e spicca il volo da solo, non prima d’aver creato una nuova, confusissima, divertente e tumultuosa famiglia allargata, che è quella degli amici.
Ed ecco che anche una vecchia clinica con l’impianto elettrico marcio e qualche sedia a rotelle in cantina, può improvvisamente diventare teatro di un’avventura folle e indimenticabile.
Indimenticabile come gli anni dell’università e degli amori che si vivono a vent’anni.

L’autore romano lascia dunque il liceo e si addentra nel mondo universitario.
“Ero stato bocciato cento volte – scherza Moccia e così ho deciso di fare il salto! Semplicemente, mi divertiva raccontare un passaggio successivo, partendo da una riflessione legata ad un libro che stavo scrivendo, condita con ricordi del mio periodo all’università. Ho frequentato la facoltà di Giurisprudenza, sostenendo anche 16 esami. La cosa più bella di quel periodo era proprio la frequentazione delle case dei ragazzi fuori sede, che avevano le feste ‘incorporate’. Noi romani, se volevamo divertirci, dovevamo quindi evitare di tornare a casa, dopo la giornata di studio. Ma mi sono anche aggiornato, realizzando alcune interviste agli universitari di oggi, per verificare come sia cambiato quel mondo rispetto al mio periodo…
Questa storia ha dunque una continuità rispetto a quelle precedenti raccontate dai film di Moccia. Si parte con il primo innamoramento (‘Tre metro sopra il cielo’, ‘Amore 14’, si passa per le divergenze amorose causate dalle due diverse età dei protagonisti (‘Scusa, ma ti chiamo amore’, ‘Scusa, ma ti voglio sposare’), per approdare qui, alla fascia dei ventenni, fra i quali c’è anche qualche fuori corso.

Diciotto anni fa, Leonardo Pieraccioni raccontava i suoi personalissimi ‘Laureati’… Cosa è cambiato nel cinema e nella società?
Quello fu il primo grande successo di Leonardo – spiega Moccia – i protagonisti erano moto molto divertenti e molto… fuori corso! Si trattava di studenti non-studenti. Il mio film è più attinente al tema, mentre quello era un pretesto per raccontare delle altre storie. Oggi, la nostra società ha perso la magia di un tempo, i ragazzi non hanno più ideali e non sanno più in cosa credere. Steve Jobs si era iscritto all’università, ma poi ha abbandonato perché la sua creatività visionaria lo ha portato oltre, trasformandolo nel più grande innovatore tecnologico di sempre. Oggi è più difficile che qualcuno tenti di ripetere il suo percorso. In ‘Universitari’, però, non si affronta questo argomento, né temi politici, ma si parla soprattutto dei caratteri…”

Una delle componenti che rendono il film molto legato alla realtà, è la presenza di uno straniero nel gruppo di universitari, uno che con il suo amore per le proprie radici e con il suo modo di pensare, porta un vento di internazionalità all’interno della casa. “Roma è cambiata moltissimo negli ultimi anni – sottolinea l’autore – anche nel quartiere Prati è pieno di attività di Money transfer o di negozi per fare telefonate internazionali. Lo scenario è un po’ quello che eravamo abituati a vedere, una volta, viaggiando. La nostra capitale, finalmente, è molto più globale e internazionale. 
Quando scrivo o giro cerco di raccontare quello che vedo, dalle interviste agli universitari ho scoperto questo mondo. Un mondo fatto di ragazzi che si fanno l’aperitivo a Piazza Bologna perché costa 2 euro… L’idea portante è che all’interno di questa casa si trova una famiglia, quella famiglia che i ragazzi non sono riusciti a costruire nelle loro case di origine. Tutti insieme sono ora in grado di rispondere alle esigenze più diverse che gli si presentano”.

A proposito di universitari e di ideali, Moccia torna sulla contestazione de La Sapienza, durante le riprese.
Ho trovato quella protesta fuori luogo. Le contestazioni devono essere mirate e devono portare a qualcosa. Noi eravamo lì per lavorare e per portare dei soldi all’Università con il nostro lavoro. In un momento tanto difficile come questo, sarebbe opportuno un po’ più di rispetto, anche se non si condividono le idee degli altri. Mi sono accorto, purtroppo, che oggi, spesso, i giovani che partecipano a una manifestazione non sanno nemmeno perché la stanno facendo. La cosa importante è apparire, anche solo per un momento. Questo è ciò che la società ci insegna e ci impone”.

Ma facciamo un passo indietro. Il regista parlava di spunti autobiografici, che ritroviamo anche in quel poster di ‘Attila flagello di Dio’, che appare a un certo punto sullo schermo. Senza parlare della passione per la regia di Carlo, narratore e co-protagonista. “In quel film ero assistente alla regia – ricorda Moccia -avevo una gran voglia di raccontare il mondo per immagini. Anche il premio che Carlo custodisce con tanto amore, è il Premio Pipolo, ottenuto per un corto che ha realizzato. Io, però, non ho avuto un padre che è scappato in Argentina, né ho la mamma così casinista! Di Carlo, mi appartiene soprattutto la grande voglia di osservare il mondo…