Un piano perfetto: questo matrimonio non s’ha da fare

Un piano perfetto: questo matrimonio non s’ha da fare
Sul set de “Il quinto elemento”, Besson era stato molto, molto chiaro. <>. E Pascal Chaumeil, allora direttore della seconda unità, aveva afferrato al volo il concetto. Lo spettacolo. Prima di tutto, sopra tutto. Piccolo aneddoto piovuto dal cuore degli ormai lontanissimi anni Novanta, quelli in cui il buon Luc se la batteva a viso aperto con i kolossal d’oltreoceano, vincendo spesso (“Leon”, “Giovanna D’Arco”). Chaumeil, dunque. Prima la palestra insostituibile con Besson, poi centinaia di spot pubblicitari, infine il cinema. Parliamo di un cineasta che appena tre anni fa ha spopolato nelle sale di mezzo mondo con “Il truffacuori”, regalando a Roman Duris uno dei pochi abiti da sophisticated comedy pura vestiti fin’ora in carriera. Il segreto? Lo spettacolo, lo spettacolo.

Come insegna Raimi nell’impareggiabile incipit in b/n de “Il grande e potente Oz”, il cinema non deve smettere di praticare l’illusionismo. E di essere illusione. Capito questo, il resto è un gioco da ragazzi. Chaumeil è uno splendido illusionista. Tutto chiaro e limpido già dal titolo precedente, soprattutto nella sua straordinaria capacità di costruire un monumento alla commedia francese classica che strizza l’occhio alla tradizione (quella degli impareggiabili De Broca e compagnia bella degli anni Sessanta). Ma non solo. Perché parliamo di un cinema che sa richiamarsi con fluidità pazzesca al tocco invisibile dei padri (commedia classica, Hollywood), riuscendo a tirare fuori dal cilindro una fantastica commistione alchemica di passato e presente, humour e farsa, azione e romanticismo sparatissimo. In questo, va ammesso, i francesi sono almeno vent’anni avanti rispetto al resto d’Europa. Si guardi a quello che sono riusciti a tirare fuori dall’horror. Un esempio per tutti: la banlieue infuocata de “La Horde”. Cinema civile? Certo, a modo suo. Ma con al centro dell’obiettivo un branco di affamatissimi zombie che valgono più di mille rivendicazioni ‘sociali’. Stesso discorso per “Il truffacuori”. E stesso, impareggiabile concetto espresso in “Un piano perfetto”.

E la chiamano commedia. Giusto, per carità. Ma sarebbe giusto aggiungere altre due, tre cose. Perché Chaumeil continua ad avere una capacità unica di far saltare i paletti e di allargare progressivamente gli orizzonti. Di espandere il cinema della ‘romantic comedy’ che diventa pian piano qualcos’altro. Maledizioni di famiglia, tradimenti, rovesciamenti improvvisi. E poi inseguimenti, depistaggi e un set che si incrina andando in mille pezzi sparsi fra Russia, Africa e ancora Europa. La verità è che “Un piano perfetto” racchiude almeno tre film in uno. C’è quello splendido, legato all’alchimia romantica fra Diane Kruger (qui tornata ai livelli di “Bastardi senza gloria”) e l’inossidabile Dany Boon, ma c’è anche quello legato al cinema d’avventura in giro per location mozzafiato (la sequenza del ballo, in Russia, vale da sola il film). E l’ultimo, infine. Quello suggellato dalla parentesi africana. Un momento di sospensione, un fulmine dì astrazione pura che congela per un attimo i ritmi frenetici della farsa, proiettandoci nel cuore di un cinema meticcio e cosmopolita. Senza frontiere.
“Un piano perfetto” dichiara ufficialmente aperta la nuova stagione cinematografica. E vi aspetta in sala…