‘Tarzan 3D': del disagio della civilità…

‘Tarzan 3D': del disagio della civilità…

Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia
(Erasmo da Rotterdam)

Prendete “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam. Rileggetelo, perché ne vale sempre la pena. Poi, capirete diverse cosette niente male su vita, genio, sregolatezza e capacità di sfidare opinione pubblica e avversità di ogni tipo. Della serie, volere è potere. Follia? Vuol dire tante cose. In tanti casi, preferiremmo chiamarla con un altro nome. Magari la tanto vituperata (e malintesa..) volontà di potenza di nietzschiana memoria. Che c’entra Reinhard Klooss con tutto questo? C’entra dalla testa ai piedi. Perché la prima domanda che ci siamo fatti è la seguente: un altro Tarzan? Ebbene sì, lo confessiamo. Impossibile far finta di niente e non considerare che il forzuto eroe creato nel 1912 dall’immaginazione rutilante di Edgar Rice Burroughs ha percorso la giungla di celluloide con la sua inseparabile liana almeno (e diciamo almeno..) un centinaio di volte. Domanda legittima: che dire di nuovo su Tarzan? E ancora: con che coraggio raccontare una storia che abbiamo già sentito mille volte? Tutto giusto, tutto legittimo, tutto perfettamente comprensibile. Punto di domanda a cui segue però un’altrettanto ficcante e immediata risposta. Klooss ha letto senza ombra di dubbio il capolavoro di Erasmo. L’ha sviscerato per bene. Ha inteso fra le righe. E l’ha fatto suo. Fino in fondo. Morale della favola: una casa di produzione tedesca (la gloriosa Constantin Film) acquisisce i diritti di Tarzan. E un cineasta tedesco gira il suo film in animazione sull’eroe della giungla. In motion capture. In tre anni. Dopo milioni e milioni di prove e una lista infinita di collaboratori impiegati al reparto, diciamo così, tecnico. La Germania sfida ufficialmente Hollywood. Ma più che altro tutto quello che il cinema ci ha raccontato fin’ora su Tarzan. Personaggio guardato mille volte. Ma mai visto davvero. Solo sfiorato, forse. Perché il Tarzan targato 2013 ci fa un gran bel regalo, di quelli inaspettati. Ci fa vedere Tarzan. Come fosse la prima volta.

A volte è il passato a scoprire le carte del presente. Anzi, lo è quasi sempre. Nel caso di Klooss lo diciamo forte e chiaro. Quando si legge la sua filmografia, l’animazione esce fuori chiara e forte con una consapevolezza e una coerenza formidabili. D’accordo. Ma c’è dell’altro. In particolare, un piccolissimo e pressoché sconosciuto frammento del suo passato artistico. Quello che risale al lontano 2001 e che vede Klooss nei panni del coproduttore di uno dei film più interessanti, sottovalutati e purtroppo misconosciuti di inizio nuovo millennio. Parliamo di “Buffalo Soldiers”, diretto da Gregor Jordan e interpretato da un poker di interpreti da brivido (fra questi Joaquin Phoenix e Ed Harris). Non ci dilunghiamo sul film. Se non l’avete mai intercettato, vi basti sapere che si parla di droga, spaccio, Muro di Berlino e diverse altre cose. Quello che più conta è la sintesi di tutto, l’immagine che racchiude il film. Mettiamola così: una sassata violenta e precisa contro il reggimento statunitense di stanza in Germania sul finire degli anni Ottanta. Contro la retorica del cinema patriottico. Contro chi preferisce le favole ai fatti. Polemiche a non finire, come immaginabile. Chiudiamo qui. La cosa interessante è che Klooss fu della partita, addirittura in veste di finanziatore dell’opera. Due più due fa quattro. Avevamo già sotto gli occhi, senza tema di smentita, una dichiarazione di poetica precisa e affilatissima. Faceva rima con realismo. A tutti i costi.

Il Tarzan ‘inventato’ da Klooss raccoglie un’eredità, rilancia un mito e rifonda un immaginario. Il cineasta tedesco (lo ricordiamo per i pregevoli “Impy e il mistero dell’isola magica” e “Animals United 3D”) è stato chiaro sin dai primi battiti del suo grandioso progetto. Non gli interessava tornare sui passi di chi l’ha preceduto, né ricalcare orme già segnate con tanto di contorno indelebile. Voleva tornare alle origini, riprendere in mano il tono autentico del romanzo di Burroughs, tesserne le fila per bene e raccontare al pubblico il ‘suo’ Tarzan. Non quello tramandatoci dalla tradizione cinematografica degli ultimi quarant’anni, ma quello originale. Quello a cui Burroughs aveva dedicato una vita intera, regalandoci un testo ancora oggi formidabile. Perché Tarzan non è soltanto il ‘medias res’ che quasi tutto il cinema sull’argomento ci ha mostrato. Esiste un passato, regna un trauma, danza un ricordo ben preciso. Ecco, Klooss è riuscito nel miracolo di spalancarci gli occhi sulla bellezza originaria del primo libro (“Tarzan delle scimmie”) che Burroghs dedicò a Tarzan. E al suo meraviglioso incipit che conoscono in ben pochi. Cosa c’è prima che Tarzan diventi Tarzan? La, cosiddetta, civiltà. E dopo? La giungla. Ma nel mezzo il nodo centrale è occupato da un tema che cinema e letteratura avrebbero esplorato/perlustrato/saccheggiato nei successivi sessant’anni. E diciamo poco. Natura vs civiltà.

Torniamo a Klooss e alla sua erasmiana, lucida follia. Alla sua scommessa nella scommessa. Tornare a raccontare Tarzan, scegliendo l’animazione. Di più, la motion capture. Roba che fino a ieri sembrava ad appannaggio unico ed esclusivo di Hollywood e di maestri del cinema contemporaneo come Zemeckis. Ebbene, scommessa affrontata e vinta. Per la terza volta nella storia del cinema, Tarzan rivive nell’animazione. E per la prima volta lo fa in 3D. Uno sguardo veloce ai due precedenti. Il primo, mai arrivato in Italia, risale al 1975. Si trattava di “Tarzoon, la honte de la jungle”, diretto da Picha. Il secondo, conosciuto invece da tutti, è il “Tarzan” della Disney di fine millennio (1999). Nel primo regnava una cornice naif perduta nel tempo. Nel secondo, invece, una caratura umoristica travolgente. Tutto giusto, ma Klooss aveva in mente un altro Tarzan. E un obiettivo solo: rimettere al centro di tutto, l’avventura. Pura, semplice, travolgente.

In un periodo storico dominato da un’animazione che il più delle volte ammicca, specchiandosi in giochetti autoreferenziali, il Tarzan di Klooss fa maledettamente sul serio. Non è questione di script, di regia, di tecnologie spaventosamente efficaci. No, si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il senso profondo dell’avventura, della scoperta, dell’esplorazione. Si tratta di un cinema che, prima ancora di intrattenere e divertire, vuole stupire e stupirsi. Incantare gli occhi. Come capitò ai lontani spettatori di “Tarzan l’uomo scimmia” (1932) in cui l’indimenticabile Johnny Weissmuller interpretò per la prima delle sue dodici volte Tarzan. Kloose rimette in circolo la fascinazione profonda dell’ignoto, la magia arcana della perdita di sé, il colore violento della fuga nella foresta e l’abissale tenerezza del contatto. Uomo e natura, viaggio e morte, sé e altro da sé. Fraseggi ipnotici declinati sulle frequenze di un Tarzan orgogliosamente ‘moderno’ (Klooss sceglie di sviluppare la storia ai giorni nostri), rimandandoci all’abc di un cinema ancora vergine.

Un Tarzan in 3D dunque, capace di guardare al futuro, ma di intrattenersi ancora col passato, magnificando una tridimensionalità incarnata perfettamente dal corpo di Kellan Lutz. Tre dimensioni, tre sovrimpressioni. Quella che omaggia i Tarzan del passato (da Johnny Weissmuller a Lex Barker, arrivando a Gordon Scott), quella ancorata ai prodigi di una motion capture da brividi. E infine quella tutta analogica, legata alla terra, al richiamo di umori terragni, all’eco lontana del Tommy de “La foresta di smeraldo”.

Ricordi boormaniani. Per un nuovo, indimenticabile, disagio della civiltà.
“Tarzan 3D” vi aspetta in sala…