Sapore di te: …/Il tempo è nei giorni/ che scorrono…

Sapore di te: …/Il tempo è nei giorni/ che scorrono…
Di fronte al nuovo piccolo capolavoro dei Vanzina Bros, Zemeckis impazzirebbe. Manuali di storia del cinema e dvd alla mano: parliamo di Bob Zemeckis, vale a dire –fra le diverse altre cose- uno che ha dedicato mezza vita e tutta una carriera a parlarci di tempo. Un tempo che da privato sa diventare pubblico. Che da intimo e personale sa oltrepassare i confini dell’io, travasandosi in quelli del noi. Un tempo che è alla base del nostro pensiero perché, come insegnava Deleuze, siamo immagini movimento, certo, ma non di meno immagini tempo. Cristallizzazioni in progress di un sentire partito tanto tempo fa. Siamo tempo, facciamo il tempo. Siamo ricettacoli di tempo. I Vanzina lo sanno. Tengono a mente questa piccola, grande verità e ne sono ossessionati. Benedetta magnifica ossessione.

Tutto il cinema dei Vanzina in un semplice, abbacinante titolo. “Sapore di te”. Come a dire sapore del tuo corpo, del tuo vissuto, della tua voce. Del tuo tempo. In una illuminazione, fra le tante ricevute in vita, Martin Heidegger parlava di ‘ritorno dove non si è mai stati’. Ossimoro molto relativo. Perché si può anche tornare dove in realtà la vita non ci ha mai condotti prima. In “Sapore di te” i Vanzina tornano sul set di “Sapore di mare”, è vero, ma in un tempo (eccolo…) che non è quello dell’omonimo film del 1983. Lì si celebrava l’onda lunga e malinconica dei Sessanta, qui ci si arroventa sul solleone degli Ottanta. Sapore di mare, vent’anni dopo. Dall’epoca del boom centrifugato da twist come se piovesse e ‘guarda come dondolo’ a raffica, a quella rampante, gioiosa, spensierata e godereccia già immortalata da Enrico e Carlo in “Yuppies”. Un amarcord rotondo, fiero e consapevolissimo. Come hanno evidenziato gli stessi Vanzina in conferenza stampa con una frase che sa di ‘je ne regrette rien’ strillato al mondo e condiviso sotto sotto da un po’ tutti, “gli anni Ottanta godono di cattiva stampa”. Sacrosanto, vero, verissimo. E “Sapore di te”, in fondo in fondo, è questo. Una piccola, dolce, intima e tenera rivendicazione. Che sa traghettarci da “Drive In” al “Maurizio Costanzo Show”, passando per “La chiave” e arrivando al sottovalutatissimo Sergio Martino (quello, nella fattispecie, del dimenticabile “Mezzo Destro e Mezzo Sinistro”). Il miracolo vanziniano? Trasformare reperti pop bistrattati a destra e a manca in oggetti dell’anima. In piroette delle memoria. In stagioni del ricordo. In un ‘come eravamo’ incorniciato da Forte dei Marmi, incastrato sui ghirigori della sabbia, incastonato sulla moneta che scende nell’abisso del juke-box per regalarci, prima della musica tutta-e-subito di youtube, il motivo che volevamo ascoltare.

Una magnifica commedia sul tempo, sulle generazioni passate e presenti, sugli anni Ottanta. E su chi invecchia senza invecchiare. Ma anche uno spaccato memorabile sulle potenzialità comiche di un interprete che, da qualche anno in qua, sta arrivando a livelli quasi impensabili. Maurizio Mattioli, chiaro. Non sbaglia praticamente mai un colpo. Ma qui si supera. E nella sequenza in cui si destreggia nel racconto di Roma-Liverpool sfodera un asso che rimarrà negli annali.

Accanto a lui, impossibile dimenticare Serena Autieri, il grande Vincenzo Salemme, Nancy Brilli, Martina Stella e Giorgio Pasotti.
Il primo grande film italiano del 2014 vi aspetta in sala…