Una mina vagante. Capace di spaziare dal teatro alla musica, passando per il cinema, come pochissimi altri in Italia. Un comico? Sì. Un mattatore irresistibile. Ma anche un interprete raffinato e profondo. Gli inizi di Maurizio Casagrande? Sotto il segno della musica. E di una passione precisa, quella per il pianoforte. Erano gli anni Ottanta, quelli segnati dal Conservatorio San Pietro e subito dopo dal teatro Cilea, luogo chiave della sua formazione artistica. I primi passi. E poi i primi incontri decisivi, le prime folgorazioni artistiche. I primi spettacoli importanti. Qualche titolo in ordine sparso: “L’ultimo scugnizzo”, “Farsa Cavaiola”, “L’opera da tre soldi”. Fra risate e impegno, Brecht e una napoletanità asciugata dagli aspetti più folcloristici. Nuovo momento topico: l’incontro con Vincenzo Salemme, altra punta di diamante della scuola napoletana. Grande amicizia, prima di tutto. E poi sodalizio artistico che vede Casagrande sempre in prima battuta in tutti i film diretti dall’amico (“A ruota libera”, “Amore a prima vista”, “Ho visto le stelle”). E poi? Altro cinema, altro teatro, altra televisione (“Piper”, “Il Signore della truffa”). Infine, il salto. Quello dietro la macchina da presa.
Di storie da raccontare ne ha sempre avute tante. Ma ha sempre preferito lasciarsi dirigere e farsi guidare da racconti altrui. Stavolta no. Stavolta le cose sono cambiate. Perché il racconto che aveva in mente scalpitava, smaniava all’idea di trasformarsi in cinema. Una storia presa dalla vita di tutti i giorni (la sua), un piccolo romanzo di formazione amorosa al contrario in cui ci si tradisce, ci si ama, ci si lascia, ci si ritrova. Ordinaria amministrazione, certo. Eppure in grado di trasformarsi nelle sue mani in una piccola, esilarante digressione comica sui guai del mèlo. E sulle ramificazioni folli di un amore che non sta mai fermo. Eccoci a “Una donna per la vita”. Ossimoro in vista. Perché di donne nella straordinaria commedia di Casagrande ce sono tante…
Una divertentissima commedia abitata da gag al fulmicotone. Non solo. Un indiavolato pastiche metropolitano che possiede la grazia della miglior commedia all’italiana e l’irriverenza della pochade giocata a tutto campo. Segni particolari: non sembra un’opera prima. Anche perché suona come una vera sintesi di tanti e tanti anni di carriera. Una sorta di riepilogo riuscitissimo di temi, volti e derive narrative che Casagrande si porta dietro dalle tantissime storie cinematografiche a cui ha preso parte. Prima di tutto, comunque, venature autobiografiche. Al centro di “Una donna per la vita” c’è infatti una vecchia (e a suo modo indimenticabile…) vicenda sentimentale vissuta dallo stesso autore, qui trasformata in grandiosa farsa senza quartiere abitata da alcuni dei più amati volti dello spettacolo. Interpreti come Neri Marcorè, Giobbe Covatta, lo stesso Vincenzo Salemme. Per non parlare di Biagio Izzo, Pino Insegno, Maurizio Mattioli. Un ‘hellzapoppin’ in grande stile, una gioiosissima sarabanda di vecchie e nuove conoscenze della comicità tricolore. Tutti uniti in un acceso e coloratissimo girotondo in cui a pulsare forte, fortissimo è il colore rosa. E sì perché “Una donna per la vita” è anche una tenerissima commedia di ‘donne’ prima ancora che di attrici. Da una strepitosa Sabrina Impacciatore che resuscita l’indimenticato look di Amy Winehouse, all’atteso ritorno sul grande schermo di Margareth Madè, passando per Alena Seredova e una sempre simpaticissima Simona Marchini.
La prima strepitosa commedia italiana della nuova stagione vi aspetta in sala…