‘Gli equilibristi’: Colpire al cuore
Finalmente, una ventata d’aria fresca. Il segreto del nuovo cinema italiano è racchiuso qui. In una formula che è poi il titolo del primo film di Gianni Amelio. “Colpire al cuore”. E ferire l’anima, rigenerandola. “Gli equilibristi”, dunque. Si parla di equilibri fragili, un segno drammatico dei nostri tempi. Ma anche la linea di pensiero di uno straordinario ‘acrobata’ del nostro cinema. Partiamo da lui. Ivano De Matteo. 

Tutto inizia da ‘Il Mulino di Fiora’, laboratorio teatrale d’avanguardia che De Matteo frequenta negli anni Novanta. Una palestra formidabile. Un primo approccio al mondo della rappresentazione che De Matteo si porterà sempre appresso. Studio, lavoro, emozione. Tre stadi, tre diverse fasi di un processo solo. Poi l’esordio dietro la macchina da presa con “Prigionieri di una fede”, cortometraggio documentario che il regista dedica agli ultrà della Lazio. Ma è solo il primo tassello di una galleria formidabile di luoghi, persone e ossessioni che De Matteo continuerà a raccontare in “Mentalità Ultras”. E poi ancora in “Fermata Pigneto” e “Barricata San Calisto”, senza dimenticare la straziante odissea tracciata dal suo sguardo nelle carceri di “Codice a Sbarre”. Poi, l’esordio nel lungometraggio, arrivato nel 2002 con “Ultimo Stadio”. Polifonie avvolgenti di volti e parole, intrecciate in un labirinto di personaggi in cui De Matteo delinea una sua personalissima sinfonia umanistica ancorata a un preciso osservatorio sulla società italiana. E’ la prova del nove del suo talento. Un’opera prima che lo consacra all’attenzione della critica, in primis. E che gli fa conquistare la candidatura al David di Donatello. La prima cosa che salta subito agli occhi di tutti: la sua capacità di osservazione. E il modo di raccontare come pochi quello che vede.

Il buongiorno si vede dal mattino. Ma il cinema di De Matteo ha scoperto solo una piccola parte delle sue carte. Il resto del mazzo esce fuori con “La bella gente”. Grandi interpreti (Antonio Catania, Monica Guerritore, Iaia Forte), sguardo ficcante sulle macerie di due mondi che si incrociano (famiglia e prostituzione). Uno spaccato allucinato e lucidissimo che non a caso incontra mille problemi di distribuzione. Quando riesce a vedere la luce, in molti lo salutano come uno dei lavori cinematografici più intensi e importanti che il cinema italiano ci abbia regalato negli ultimi tempi. De Matteo intanto continua a correre. Senza sosta. E fra teatro, tv e cinema, pensa alla sua opera numero tre. Una certezza sola: non sarà una passeggiata.

In effetti, non lo è. Perché “Gli equilibristi” suona prima di tutto come una potentissima sintesi. Del cinema precedente del regista, prima di tutto, e poi ancora dei detriti fumanti dei suoi primi racconti cinematografici. Un durissimo e appassionante racconto di formazione, ma anche un tracciato iniziatico che afferra la gola e stringe fortissimo le viscere. Una fotografia. Quella di un mondo (l’Italia, oggi) ridotto in pezzi, lastricato di frantumi, popolato di fantasmi di un benessere e di una felicità ridotta a tragico miraggio. Dai brandelli di una famiglia andata in pezzi (quella del protagonista, un sorprendente Valerio Mastandrea), alla discesa nell’inferno dei soldi che non bastano più, dell’ex da mantenere, dei figli da guardare, ma da lontano. Un caleidoscopio infernale di scelte sbagliate, errori pagati caro, affetti disintegrati. Ma no, non è un film sulla crisi odierna. Sarebbe sbagliato vederlo così. Perché “Gli equilibristi” sfiora la sociologia spiccia senza caderci mai dentro. E perché l’aria forte e perturbante che lo attraversa non strizza l’occhio al cinema/dibattito o all’opera buona per i salotti televisivi di oggi. C’è il ritratto agghiacciante di un disagio. Questo sì. E la consapevolezza di una crisi economica da affrontare, di nuovi ‘poveri’ di cui tener conto e via dicendo. Punto. Tutto il resto è un concentrato altissimo di temi e linee espressive che il cinema italiano non toccava da tanto, troppo tempo. Dentro ci sono tensioni zavattiniane e pennellate impressionistiche. Movimenti rabbiosi e scatti umorali. E sospensioni tragicomiche che sembrano uscite dallo Scola degli anni Settanta. Cinema fisico e astratto, ancorato al pedinamento costante dei corpi, ma teso raccontare anche altre mille dimensioni dell’essere. 

Un grido di denuncia, certo, un osservatorio impietoso in cui narrare l’uomo, oggi. Ma anche il racconto di un mondo di uomini che sbagliano e che sanno rialzarsi. E di donne che vivono, che soffrono, che continuano a provarci. Le creature di un autore cinematografico capace di raccogliere l’eredità inestimabile dei padri del nostro cinema, riuscendo a puntarla sul volto del presente.
Su Mastandrea, premio Pasinetti 2012, è già stato scritto tutto. La straordinaria prova della sua maturità di uomo e interprete. Grandiosa anche Barbora Bobulova, capace di dar vita a un personaggio indimenticabile che per forza e intensità si ricollega direttamente a quello di “Anche libero va bene”.

Il primo grande film italiano della stagione vi aspetta in sala…