'Shark 3D': La tradizione di Spielberg ai tempi del digitale tridimensionale
 'Shark', il primo horror australiano in 3D, è stato presentato in anteprima mondiale alla 69ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia, dove il regista Kimble Rendall, vecchia conoscenza di Hollywood, ha svelato i retroscena di una incredibile produzione dal budget contenuto, che ha coinvolto tre Paesi (Australia, Singapore e Cina) e un gruppo di giovani star internazionali.
 
Una mostruosa onda provocata da uno tsunami si abbatte sulla costa australiana, radendo al suolo la città e inghiottendo il supermercato, il parcheggio e tutto quello che si trova nel mezzo.
I pochi sopravvissuti riemergono a fatica dalla melma e tentano di mettersi in salvo arrampicandosi sugli scaffali, ma la scena che si presenta davanti ai loro occhi è raccapricciante: l’acqua continua a salire, portando con sé detriti e cadaveri, mentre i cavi elettrici penzolano pericolosamente a pochi centimetri dall’acqua. 
E come se questo non bastasse, alcuni voraci e giganteschi squali bianchi iniziano ad attaccare tutto ciò che si muove...
 
Gli effetti tridimensionali funzionano alla grande, i fiotti di sangue raggiungono senza difficoltà anche le ultime file della sala, mentre il livello dell’acqua sale vertiginosamente, così come la suspense, che resta elevata anche oltre i titoli di coda.
 
Con un film come questo, va sospeso il giudizio sulla verosimiglianza degli eventi, ed è sempre una sfida per il regista far si che il pubblico lo segua ogni direzione decida di muoversi”, racconta Kimble Rendall. “Mi intrigava l’idea di avere degli squali in un supermarket, senza troppi calcoli sulla probabilità che tutte e due le creature portate sulla costa dallo tsunami fossero finite nello stesso luogo!
Centro commerciale e parcheggio sono perfetti per ambientarci un film. A me accade spesso di perdermi sia nell’uno sia nell’altro, dove sono costretto a girare a lungo per ritrovare la mia auto. Devo confessare che, in un certo senso, mi fanno paura, mi trovo più a mio agio altrove. Lo spazio contenuto è elemento tipico di questo genere di storie, che devono creare un senso di claustrofobia.
Abbiamo costruito il set immerso in una megapiscina, passando nove settimane tra luoghi prima asciutti e poi inondati, aiutandoci, dove necessario, con maggiori livelli di acqua inserita in computer grafica”. 
 
Nonostante i grandi progressi compiuti del digitale, e i numerosi inserti in CG, fa comunque effetto pensare che ci sia ancora un grosso animale meccanico che si muove sul set e che ci riporta al fascino delle origini di un Cinema più artigianale…
In tutti i film ai quali ho lavorato – prosegue il regista - ho avuto bisogno di seconde unità che si occupassero di alcuni dettagli funzionali alla buona riuscita del lavoro. In questo caso, avevamo uno squalo che si muoveva nella piscina grazie a una pompa idraulica e che assomigliava molto più a un treno, anche nei suoni che emetteva! Inoltre, abbiamo utilizzato una testa meccanica senza corpo e, infine, un terzo squalo che era un semplice manichino per i fondali. La combinazione finale tra meccanica e computer grafica ha costruito un risultato decisamente credibile”.
 
Sebbene si tratti di una storia diversa, corale e claustrofobica, i cui protagonisti si muovono in spazi molto ristretti, non può negarsi che a pesare come un macigno durante tutto lo sviluppo del progetto abbia sempre aleggiato l’ombra di un certo Steven Spielberg e del suo squalo, con il quale sono cresciute diverse generazioni….
Lui è il maestro – commenta perentoriamente Rendall – e con i maestri non si può competere, ma da loro è solo possibile imparare. “Lo squalo” è un film che amo moltissimo, un successo straordinario che mi ha fatto venire voglia di realizzare altre pellicole con quel soggetto. Spero che Steven approvi, o che almeno mi dia un buon voto per il mio lavoro!”. 
 
Ma su Rendall pesava una seconda responsabilità, quella di fare da pioniere in Australia nella realizzazione di un horror a tre dimensioni.
In Australia c’è una grande tradizione di film di genere, ai quali anche Quentin Tarantino ha fatto cenno. Io mi ero cimentato in un horror dieci anni fa e avevo chiesto ai miei produttori l’impegno a farne di più, proprio per la nostra tradizione e perché il genere attrae il pubblico più giovane. 
Questa è stata la mia prima esperienza in assoluto con una produzione tridimensionale, nonostante tutti i miei amici mi avessero sconsigliato di intraprendere una strada tanto ricca di ostacoli, anche alla luce del piccolo budget del film. Facendo il regista, però, amo raccogliere le grandi sfide e così ho girato come se stessi realizzando un’opera di due giornate. È stato affascinante condire tutto in 3D e poter rivedere l’effetto tridimensionale di una scena subito dopo averla realizzata. Del resto, i contenuti della storia si prestavano all’utilizzo di questa tecnologia, che oggi è molto più semplice da utilizzare, costa di meno e impiega un software alla portata di tutti. Ci piacerebbe diventare una piccola succursale-laboratorio australiano di Hollywood per il 3D”.
 
Una parte del film è stata girata proprio in Cina – interviene la coproduttrice Ying Ye - ma il processo è stato molto difficile perché abbiamo dovuto spostare la troupe e i protagonisti. Ci sono stati problemi di comunicazione notevoli. Abbiamo ricostruito l’intero set negli Studios fuori Pechino, ma nonostante gli imprevisti, è stata comunque un’avventura divertente”.
Parte della post-produzione, invece, è avvenuta a Singapore – riprende Rendall - e il fatto che siamo stati costretti a spostarci, ha aiutato l’approccio multiculturale con il cast, che è in parte è composto anche di star cinesi e di Singapore. La Cina effettua una strettissima selezione sulle opere cinematografiche estere, quindi essere riusciti ad arrivarci per noi è un grande onore, come lo è essere presentati in anteprima alla Mostra di Venezia”.
 
E se qualcuno gli fa notare che è un po’ insolito vedere un action proiettato a una Mostra del cinema, senza esitazioni risponde: “Direi che la similitudine corretta e quella di un gatto fra i piccioni, o forse di uno squalo tra i cigni! Quando ho ricevuto una e-mail dal festival che voleva ospitare il film, sono rimasto esterrefatto. Mi sono chiesto come un horror si potesse inserire nella cornice di Venezia, ma è stato il direttore stesso a rassicurarmi, dicendomi che sarebbe stato divertente proiettare un film di genere a mezzanotte in una Mostra che prevede tutto il giorno storie completamente diverse”.
 
E allora… preparatevi al peggio: gli squali affamati di carne umana sono pronti a invadere le acque e le sale italiane a partire dal 5 settembre. Distribuisce Medusa film.