'Paura 3D': Il bosco dentro
“Vieni/c’è una casa nel bosco/il suo nome conosco…”

Motivetto d’antan immortalato da Gino Bechi. Roba antesignana, parliamo del 1943. No, non vogliamo rubare il mestiere a Paolo Limiti. E ci fermiamo qui. Ma il suono di quella voce lontana graffiata dai colpi del tempo ci ronza ancora nelle orecchie, non sta ferma un attimo. Quel geniaccio multimediale di Zampaglione l’aveva scelta come cantilena ancestrale per “Shadow”. Un gran horror, ok, ma il punto non è questo. Un horror con la spina collegata al passato e gli occhi rivolti al presente. Un film, quello, che segnava la rinascita di un genere, il ritorno alla grande di atmosfere che temevamo ormai perdute e via dicendo. Ma il punto non è nemmeno questo. Il bosco, si diceva. Torniamo ancora una volta a “Shadow”. E lasciamo perdere i risucchi malati del ‘torture porn’, la calligrafia orrorifica del disagio e le costole a vista del terribile protagonista. No, quello era il meno. Il bosco, invece. Sì, quello faceva paura davvero. Faceva stare scomodi. Metteva a disagio. Zampaglione l’aveva capito e ci ha giocato di fino. Aveva capito che se vogliamo parlare di horror e interpellare le sue radici, bisogna mettere la freccia e abbandonare la strada a percorrenza veloce. Inoltrarsi nel verde. Schivare arbusti. Uscire, ma per entrare. Lo capì alla perfezione anche il Gabriele Albanesi de “Il bosco fuori”, adorato da Sam Raimi che se ne interessò per la distribuzione negli States. Inutile dunque girarci intorno. Il bosco. Lo amano parecchio anche i Manetti Bros…
Se parliamo di cinema di genere italiano, bisogna armarsi di buona volontà e prepararsi ad una bella abboffata di polvere e di ragnatele. Perché è roba demodé. Finisce intorno alla fine degli anni Ottanta. Un caro estinto in perfetta regola. Qualche tentativo di rianimazione sparso qua e là c’è stato negli anni, ma non è servito a nulla. Encefalogramma piatto. L’abbiamo perso. Poi, i Manetti. Che dire? Non basterebbe un libro, probabilmente. Due fratelli che amano il cinema, in primis. E, in fondo, abbiamo già detto tutto. Dal loro inizio, il folgorante “Consegna a domicilio” racchiuso nell’interessante “DeGenerazione”, all’anomalo e premiatissimo “Torino Boys”, sino a tutto quello che ormai conoscono anche i sassi. “Zora la vampira”, certo, “Piano 17”, come no, ma più di tutto “L’arrivo di Wang”. Una fantastica incursione nel cuore di tenebra di un mondo agli sgoccioli. Fantascienza artigianale e piena zeppa di idee che nemmeno il buon Margheriti dei bei tempi. E poi? E poi, il bosco. Dentro…

Lo hanno detto, lo hanno ammesso, lo hanno confessato. Gli stessi Manetti, certo. Cosa? Che la prima sequenza di “Paura” (interpretato fra gli altri da un impagabile Peppe Servillo) viene dritto dritto dall’Argento fiammeggiante di fine Settanta, primi Ottanta. Quello di “Suspiria”, hanno detto loro. Ma anche quello di “Phenomena”, aggiungiamo noi. Quel vento, quegli arbusti, quel suono… Roba che non esiste su nessuna sceneggiatura. Suggestioni che solo la visione può restituire. “Paura” è questo. Un catalogo infernale di stati d’animo lancinanti. Ma anche un vademecum su come fregarsene del ‘colpo al cerchio e quello alla botte’. E su come tornare sul luogo del delitto. Quello calpestato da Bava, dallo stesso Margheriti, da Fulci e compagnia bell(issim)a. Un ritorno di fiamma che crepita sul corpo e avvolge l’anima, facendoci sprofondare nella tenebra fredda della morte, della prigionia forzata, del mistero che ti respira, affannoso, addosso. 

E poi, il 3D. I Manetti scherzano col fuoco, ma vincono anche stavolta. Perché le loro tre dimensioni sono vere, autentiche, le puoi toccare con mano, annusare, sentire addosso. Non solo dunque un’esperienza tridimensionale, ma una discesa nelle vibrazioni senza fine di un cinema sulla segregazione, sulla prigionia del corpo e su una successiva esplosione di libertà. Una metafora dell’emancipazione cinematografica messa in atto dai due fratelli? Assolutamente sì, chiaro come il sole.

“Paura” (in 2D e in 3D) vi aspetta in 220 sale...