Arriva nelle sale il 15 giugno, distribuito da
Medusa film in 220 copie tutte digitali, '
Paura 3D', l’ultima geniale trovata dei
Manetti Bros. che firmano un horror movie intelligente, spregiudicato e innovativo, facendo uso per la prima volta della tecnologia tridimensionale.
Prodotto da
Pepito Produzioni, Dania Film, Vision Project e dagli stessi Manetti, in collaborazione con Medusa, la storia ha come protagonisti uno straordinario carnefice
Peppe Servillo e la sua vittima non totalmente predestinata
Francesca Cuttica, che rinnova il sodalizio con i talentuosi registi romani. Accanto a loro, i giovani
Domenico Diele, Lorenzo Pedrotti e
Claudio Di Biagio.
Ci sono occasioni nella vita che sarebbe meglio non cogliere.
Marco, Simone e Ale sono amici da un sacco di tempo, vivono tutti in un quartiere nella periferia di Roma dove non succede mai niente.
I ragazzi si ritrovano in mano le chiavi di una bellissima villa fuori città. È la villa del Marchese Lanzi, che sarà via per tutto il fine settimana.
Il Marchese è un tipo strano, un ricchissimo collezionista d’auto d’epoca, cliente dell’officina dove lavora Ale.
I tre ragazzi non resistono e si tuffano senza limiti nel lusso della villa.
Ma c’è un’unica cosa che non dovrebbero fare: andare in cantina...
Abituati a spaziare tra i film di genere, i Manetti approdano al Cinema horror nelle sue forme più tradizionali, sanguinolente e cupe, coronando, in questo modo, un piccolo sogno. “Muovendoci fra tutti i generi, era fisiologico che prima o poi ci scontrassimo con un film horror, che è anche la nostra categoria preferita di Cinema”, esordisce Marco Manetti. “Però è successo tutto un po’ per caso, perché l’idea che stavamo seguendo era la trasposizione sul grande schermo di questa storia, che avevamo in serbo da qualche anno, ancor prima di declinarla sotto la forma che ha poi assunto”.
Decisamente a loro agio nel girare in un 3D tutt’altro che ostentato, utilizzandolo per dare più profondità all’immagine e non per giocare con i dettagli, i cineasti rimarcano: “Per noi si tratta di un evento paragonabile all’avvento del colore o del sonoro. Questa tecnologia rappresenta oggi una nuova frontiera non ancora sfruttata in ogni aspetto. Ci stuzzicava comunque l’idea di provare a utilizzarla, e lo spunto ci è arrivato dall’uscita della prima telecamera in grado di riprendere autonomamente in 3 dimensioni, senza quindi l’ausilio di altre macchine. Questo si sposava perfettamente con il nostro modo di girare, che è sempre molto veloce e sarebbe stato limitato dall’utilizzo di più apparecchi contemporaneamente. Nonostante questo, il 3D ci ha imposto qualche ragionamento diverso e qualche accorgimento in più, che speriamo gli spettatori riescano a cogliere”.
Certamente, gli spettatori coglieranno le complesse sfaccettature psicologiche dei personaggi, ognuno con la sue fragilità, che non impediscono loro di scoprire cose nuove di sé, man mano che gli avvenimenti prendono forma. “Abbiamo giocato con tutti i protagonisti”, prosegue Marco Manetti “senza i suggerimenti di esperti nello studio delle menti umane, perché i film non sono mai opere scientifiche, ma il frutto di una percezione personale. Questa è la nostra visione del mondo. Una consulenza avrebbe stravolto le nostre idee e sarebbe stato limitante nei confronti del marchese Lanzi e di Sabrina, che non sono semplicemente un mostro privo di sentimenti e una ragazza che lotta con la paura di perdere la vita… Analogamente, i tre ragazzi rappresentano tre psicologie diverse, ma complesse, che spaziano dal bonaccione che si fa trascinare in ogni cosa, al giovane introverso, sino a Domenico che è la pentola a pressione, sempre sul punto di far esplodere tutto ciò che gli sta intorno!”.
Ma ogni storia, per quanto terribile e dolorosa, affonda le radici in avvenimenti reali. E uno degli spunti per ‘Paura 3D’, almeno a livello narrativo, viene da chi quel dolore l’ha provato sul serio. “Ci siamo ispirati al libro dell’austriaca Natascha Kampusch, ‘3069 Days’, che è un dettagliato diario della sua prigionia, nel quale grande spazio è lasciato al rapporto tra il carceriere e la ragazza rapita”, racconta Marco Manetti.
“Ho accettato volentieri il suggerimento dei registi di leggere questo libro”, svela Peppe Servillo, “per me è stata una sfida assoluta, resa ancor più interessante dal fatto che il personaggio di Lanzi ha un suo dinamismo, una sua storia che si muove all’interno del film. Una delle chiavi per la credibilità del marchese era la sua relazione con Sabrina, e in questo il racconto della Kampusch è stato determinante”.
Anche per Francesca Cuttica, questo film ha rappresentato una sfida importante: “Non avrei mai pensato di interpretare una storia tanto paurosa. Mentre i Manetti mi hanno raccontato il loro progetto e tutte le difficoltà che un ruolo come quello di Sabrina comportava, diventava però sempre più naturale che io fossi candidata a fare un provino, soprattutto per il feeling che si era creato tra noi, sui set precedenti. Da parte mia, ho ritenuto che, avendo scelto di fare questo mestiere, sarebbe valsa la pena affrontare questo triplo salto mortale nel buio, portando al limite estremo le mie paure…”.
L’impatto delle immagini è reso ancor più forte dalla sottolineatura di una meravigliosa colonna sonora, curata da un grande artista come Pivio: “Anche per me si è trattato di una sorta di sfida tutta personale, essendo la mia prima volta da solo dopo 15 anni di lavoro in coppia con Aldo De Scalzi. L’idea di base era suscitare la sensazione di qualcosa di terribile che sta per accadere, attraverso un’unica partitura dall’inizio alla fine. Ho fatto poco uso di orchestra perché il film, in qualche modo, permetteva uno sviluppo più sonoro che armonico. Mi sono potuto confrontare con artisti che di solito non frequento e attraversare il freestyle e l’hip hop. Ho cercato di mantenere stretta la compenetrazione con le immagini, utilizzando una musica vicina ai personaggi”.
Ma se le realtà urbane incarnate dai tre ragazzi sono rese al meglio con il rap, il film regala anche raffinati pezzi metal, italiani e internazionali, che sottolineano ed esaltano le scene più cupe e inquietanti.
Non si può concludere senza parlare delle citazioni eccellenti, più o meno esplicite, delle quali il film è costellato. “Noi non citiamo mai per abitudine”, confessa Antonio Manetti, “tuttavia, ogni fotogramma che ci scorre nel sangue e con il quale siamo cresciuti, è naturale che emerga nei nostri film. Così accade per le suggestioni orientali, o per le contaminazioni hitchcockiane. Noi non abbiamo fatto una scuola, ma abbiamo studiato a fondo il lavoro di moltissimi nostri colleghi che ci hanno preceduto e, come accade anche ad altri, quando si vuole rendere un particolare tipo di emozione, ci torna in mente un’immagine o una sequenza che ci ha colpito.
Solamente all’inizio di ‘Paura 3D’ abbiamo pensato esplicitamente a ‘Suspiria’ con quell’atmosfera… non accade molto, ma si crea un’inquietudine funzionale a tutta la storia. Per noi, Dario Argento è il più grande regista dell’angoscia in assoluto”.
Infine, Marco Manetti tiene a precisare come nemmeno ‘L’uomo di sabbia’ di Hoffman, sia una citazione, ma uno spunto: “quel racconto è usato nel film, ma non citato. Nel costruire il personaggio di Peppe, lo abbiamo immaginato come un pazzo che vorrebbe però essere normale e che cerca una giustificazione alle sue malattie. C’è un parallelismo con la tendenza sociale della borghesia moderna a buttarsi in avventure di vita estreme, giustificate da miti insensati di libertà e motivazioni culturali improbabili. Il racconto di Hoffmann, che Lanzi tiene sul comodino, è il primo segnale della sua follia; è una sua giustificazione per quello che fa. ‘L’uomo di sabbia’ racconta la costruzione di una bambola meccanica, e, nella sua mente, Sabrina si trasforma proprio in quella bambola…”.