C'era una volta la 'French Connection'

C'era una volta la 'French Connection'
“Le albe non sono che l’illusione della bellezza del mondo”

(“Chourmo. Il cuore di Marsiglia”, Jean-Claude Izzo)

Un’introduzione doverosa, necessaria, e per certi versi implacabile. Sgorga dalle viscere del cuore di tenebra di Jean-Claude Izzo, cantore indiscusso della Marsiglia illuminata dalla mala, dai borsalini schizzati di sangue, da regolamenti di conti che mutano il colore del mare in uno sgargiante rosso shocking…

Uno dei più grandi e autentici romanzieri del secolo scorso che ebbe il coraggio e la straordinaria modestia di raccontare solo ciò che conosceva direttamente, di inventare l’artificio letterario solo su basi di una provata e dolorosa esperienza. Dire Jean-Claude Izzo è dire polar e dire Marsiglia, esattamente come dire Pierre Michel è dire entrambe le cose. Un uomo, un destino, una condanna. Michel non era di Marsiglia, ma, arrivato nella cittadina francese per adempiere al suo ruolo di magistrato, se ne innamorò, a suo modo. E fece del tutto per dimostrarglielo. Era un idealista, Michel. Una testa dura che faceva rima con uomo tutto d’un pezzo. Uno che aveva avuto modo di tastare con mano gli effetti della droga sui corpi e sulle menti dei giovani. Uno che sapeva che sarebbe stata dura, ma anche che sarebbe stato suo dovere provarci. Quando arrivò a Marsiglia, nei primi mesi del 1975, la situazione era incandescente. A dir poco.

“Sono convinto che Marsiglia sia la città più bella della Francia. E’ talmente diversa da tutte le altre”. Parole di Arthur Schopenhauer, ferme allo splendore ottocentesco di quella che, agli occhi di Michel e non solo, era diventata in pochi lustri la capitale mondiale della droga. Non dello spaccio, attenzione. Ma proprio della creazione della droga, della sua produzione. Un laboratorio a cielo aperto in cui pericolosissimi capi bastone della porta accanto prendevano il caffè con raffinati chimici, discutendo della qualità del prodotto e di come raccoglierlo e smistarlo al meglio per le grandi rotte commerciali. Perché a Marsiglia la droga non sostava e non circolava più di tanto. Ma ‘nasceva’ (basti ricordare un nome solo, quello di Joseph Cesari, l’unico chimico di allora capace di realizzare dosi di una purezza pari quasi al 95%). Da lì iniziava il suo viaggio verso i mercati più importanti del mondo, Stati Uniti in primis.

Poco dopo il suo arrivo, Michel si rese subito conto che bisognava fare qualcosa e subito. La polizia sonnecchiava, l’autorità giudiziaria stazionava in un limbo di promesse difficili da mantenere. C’era bisogno di una scossa. C’era bisogno dell’arrivo di ‘un nuovo sceriffo in città’. Fu questo l’appellativo –spesso usato con intenzioni quasi infamanti- che Michel si guadagnò subito presso l’opinione pubblica e il mondo giudiziario. Un ‘nuovo sceriffo’ al cospetto di una rete intricatissima e pulviscolare di raffinerie e morti ammazzati, carichi al di sopra di ogni sospetto e organizzazioni malavitose radicatissime nel cuore della società. Una rete ‘carnivora’ che all’inizio degli anni Settanta fu cominciata ad essere definita “French Connection”, ovvero l’insieme di tutti i gangster corso-marsigliesi che, già a partire dagli anni Quaranta, avevano dato vita alla capillare e organizzatissima struttura legata al’esportazione di eroina negli Stati Uniti e non solo.

MMichel si ritrovò così al cospetto di un organismo complesso e mutante, un corpo ibrido e articolato in mille terminazioni in cui prendeva parte la mafia italiana, quella di stanza negli Stati Uniti e le diverse associazioni malavitose francesi. Un crogiolo di piste da seguire, traiettorie da percorrere e laboratori da scoprire e smantellare. A differenza dei suoi più o meno illustri predecessori infatti, Michel seppe subito puntare al cuore del problema. E, almeno per pochi anni, riuscì in un’impresa titanica: quella di mettere in crisi la ‘French’. Come? Riuscendo a scoprire e a far chiudere sette laboratori addetti alla lavorazione dell’eroina, facendo contemporaneamente arrestare ben settanta spacciatori legati all’organizzazione. Un colpo non mortale, ma di certo durissimo inferto al cuore e alle viscere della French Connection.

Perché dunque raccontare la storia di Pierre Michel, interpretato da un magnifico Jean Dujardin? Ma perché si è trattato, prima di tutto, di un magistrato in anticipo sui tempi. Un uomo che aveva perfettamente intuito la capillarità pericolosissima dell’organizzazione messa in piedi attraverso i decenni, intuendo che quelli che aveva davanti non fossero compartimenti stagni chiusi in sé, ma vasi comunicanti. Strutture di potere che dialogavano a distanza. Non è un caso che negli ultimi anni della sua vita (prima di essere ucciso a bordo della sua moto nel 1981), Michel avesse cominciato a collaborare assiduamente con alcuni magistrati italiani legati all’antimafia (tra questi, Giovanni Falcone).

Marsiglia, Palermo, New York. Un triangolo infuocato in cui la mafia la faceva, ancora una volta, da padrona. La storia di Michel è dunque anche la storia di un rapporto di collaborazione lungo e duraturo con il pool anti-mafia, e al tempo stesso l’emblema di un tentativo epocale di allargare la rete di indagini attraverso ponti comunicativi nuovi e uomini capaci di sacrificare la cosa più importante (la vita) per un ideale superiore.

Perché dunque “The French Connection”? In primis perché il cinema non aveva ancora mai raccontato in modo così asciutto, rigoroso e documentato parte delle vicende legate al traffico di eroina da Marsiglia. E poi perché la storia di Pierre Michel non era ancora mai stata portata sul grande schermo. Ci aveva provato tre anni dopo la sua morte, nel 1984, il regista francese Philippe Lefebvre con “Le Juge”. Ma si trattava soltanto di una storia ispirata a Michel. Nessun nome che avesse a che vedere con quelli direttamente coinvolti nelle vicende reali. Tanto che il protagonista, interpretato da Jacques Perrin, era un certo giudice Muller.

Cédric Jimenez invece dà del tu alla vera vicenda. E parlandoci di Pierre Michel, del boss Tany Zampa (interpretato da un grande Gilles Lellouche) e dei loro duelli a distanza, ci restituisce un quadro nitidissimo dell’epoca, costruendo un affresco vibrante ed estremamente attuale in cui la figura di questo giudice ostinato e cocciuto assume un rilievo titanico e, al tempo stesso, umanissimo.

Un polar? Certo, un polar. Come probabilmente lo avrebbe immaginato un José Giovanni. O magari un Corneau. E come lo avrebbe girato, oggi, Jacques Deray…